Scrivere civile, un viaggio alla ricerca del senso

Autore:
Santina Giannone
6 Giugno 2023

Che vuol dire “scrivere civile”?

È una questione di parole, di senso, di metodo o…di cosa?

Me lo sono chiesta fin dall’annuncio di Paolo Iabichino, che ha scelto proprio “Scrivere civile” come titolo del suo ultimo libro. Ovviamente intuivo, poggiandomi su studi e letture che mi hanno portato a sviluppare una sensibilità particolarmente affine ad un certo tipo di comunicazione, che dentro quelle due parole c’era una sorta di manifesto programmatico che avrebbe stimolato il mondo della scrittura professionale a profonde riflessioni.

Allo stesso tempo “scrivere civile” è uno di quei titoli che poi fai fatica a tradurre in scaletta: come lo spieghi? Come costruisci un puzzle così sfuggente e frammentato?

Il libro di Paolo mi ha aiutato a fare questa operazione: mettere insieme i pezzi e dargli un ordine.

Un percorso che porta in sè tanta della necessità intellettuale che abbiamo di trovare una via d’accesso al pragmatismo. Altrimenti rischiamo di vivere (e di morire) avvolti dai postulati dei manifesti che poi non trovano le molliche di Pollicino per uscire dalla foresta e (ri)vedere la luce.

Ecco: dopo aver letto il libro di Paolo posso dire di avere una risposta alla domanda iniziale.

Dentro la scrittura civile c’è soprattutto ciò che sei e che fai quando non scrivi.

C’è di che nutri le tue aspirazioni, le serie tv che guardi, i libri che sfogli, le mostre che ti segni in agenda, le persone che frequenti.

C’è soprattutto il peso che dai al tuo valore: non quello che puoi attestare attraverso certificati e traguardi, ma quello che metti insieme, pezzo dopo pezzo, in una ricerca personale che ti porterà, domani, a essere un pezzetto migliore di oggi.

Ecco, questo è lo scrivere civile: un percorso personale, prima che professionale. Dove competenza e stoffa non si possono mai scindere del tutto.

L’augurio, scrivendo queste poche righe, è che siano lette da tanti aspiranti scrittori civili di cui il mondo ha bisogno.

All’inizio della storia

C’è un filosofo, Antonio Genovesi. Titolare della cattedra di Meccanica e Commercio dell’Università di Napoli, tenne il 5 novembre del 1754 una memorabile lezione destinata a dare i natali all’Economia Civile: le relazioni economiche sono rapporti di mutua assistenza, di amicizia e di fratellanza. Alla radice dell’economia civile ci sono due elementi: la fiducia e la felicità.

Partirei da qui per dare al concetto di “scrittura civile” un fondamento solido: la comunicazione come struttura portante delle relazioni che aiuta ad instaurare e a nutrire. La fiducia come flusso che lubrifica, la felicità come humus che nutre le parole.

Osservare, navigare, reinventare

Sono tre passaggi importanti per chi aspira allo “scrivere civile”.

Non può esserci profondità della scrittura che non nasca da un'osservazione attenta e “laica”. La capacità di mantenere la nostra “postura”, deve incontrare una fluidità di movimento che ci consente di accogliere ciò che è distante e diverso per comprenderne il senso. Navigare, dunque, navigare come missione, per la bellezza della navigazione e non solo per giungere alla meta. La frequentazione di Internet, in questo senso, diventa dunque un percorso che non lasci al caso perché non vuoi ritrovarti, novello Robinson Crusoe, schiaffato sulle rive di un’isoletta dopo aver vagato nel nulla. Vuoi cogliere il senso, costruire il valore e generare impatto. Parti con la stiva fornita, consulti le mappe, le aggiorni. Annoti ciò che vale, eviti ciò che è una perdita di tempo.

Solo così puoi reinventare: una parte estrema ma necessaria per non farsi sopraffare da una epifania continua di tecnologie e invenzioni che rischiano di diventare le uniche protagoniste delle nostre giornate. Reinventare vuol dire scegliere cosa mettere nella propria cassetta attrezzi e cosa lasciare fuori. Essere gelosi e generosi allo stesso tempo dei propri strumenti, lasciarli andare quando è l’ora. Non rinunciare mai a una scoperta che è partecipata e non subìta.

Credibilità, pertinenza, rilevanza

Per chi lavora nelle Relazioni Pubbliche sono da sempre amici fidati. Devono diventarlo anche per chi vuole fare della scrittura un atto civile.

Ricorda: fiducia e felicità. E come costruirle se non puntando ad avere una reputazione che ci rende affidabili e credibili, a tracciare il perimetro di ciò che è utile alla nostra strada e a lasciare fuori dal bagaglio ciò che non lo è, e a costruire una reale affezione su ciò di cui scriviamo attraverso il peso specifico che gli diamo?

I nemici

Saturazione semantica, anzitutto.

Quando ci saziamo delle parole al punto da non riconoscerle più, davvero. E così ne abusiamo, le slabbriamo, perdiamo il filo che ci conduce alla loro fondazione con un’etimologia che archiviamo in soffitta.

“Il rischio è dire ‘poco con molto’, come direbbe Cortázar, di brutalizzare le emozioni con iperboli narrative da quattro soldi” ci ricorda Paolo nel libro. La tentazione è sempre lì, di andare alla domanda brutale per fare breccia nel bisogno di chi ci legge, nel trasformare la sintesi in una via di fuga, nel rendere troppo semplici cose molto complesse. Come spesso accade, ad esempio, nella comunicazione della sostenibilità.

Nello sforzo di renderci comprensibili rischiamo di cadere nel pericolo di snaturare le cose e le parole del loro significato.

E poi l’ipernarrazione.

Un paio di anni fa, la prima volta che intervistai Paolo Iabichino, mi lanciò delle parole che non ho dimenticato:”Se mettiamo la lacrima nel brief, è finita”.

Abbassare i toni, smorzarli, non URLARE e non solo perché non usiamo il maiuscolo. Per chi, come me, ha un tono di voce naturalmente alto, nata in una terra che dello sgomitare vocale fa un motivo di sopravvivenza in famiglia, al lavoro, a scuola, è stato un motivo in più per riflettere come diventare eleganti nel silenzio, morbidi nello smorzare i toni, dire ciò che è necessario e lasciare il resto a un secondo step del rapporto, non giocare subito tutte le parole che hai nella memoria a breve termine ma aspettare, fare ricorso a quella più profonda e scavare, scavare, scavare. Narrare con un filo di voce, narrare a fasi e mentre costruire fiducia, attesa. Oltre a essere civile, forse, può essere anche sexy.

Infine, il Sùbito.

Non credo che accada spesso di scegliere la bruttezza, altro avversario della scrittura civile. Credo che accada però che vogliamo tutto e subito. E quella è una strada che conduce spesso alla bruttezza, perché impedisce la ricerca, inibisce il confronto, appiattisce la profondità. Il "sùbito" è un nemico e non lo è nella sua -leggittima- aspirazione vitale, ma nella concretizzazione che rinuncia ad aprirsi alla dimensione di significato e valore per agguantare ciò che c’è adesso, rinunciando al maturare e allo sbocciare. 

Non so se è possibile stare costantemente nella tensione emotiva che la responsabilità della scrittura civile ci richiede. So che però possiamo esercitarci, come bambini che imparano a scrivere per la prima volta e sono davanti al quaderno bianco a fare “le asticine”. Reimparare ciò che sappiamo, dare un senso a quello che abbiamo dimenticato.

A volte saremo troppo stanchi, a volte ipernarrazione, fretta del subito, saturazione prenderanno il sopravvento insinuandosi tra le nostre parole.

Ma sarà una svista, un errore, una caduta temporanea.

Scrivere civile non è un talento, è un’abilità.

Ed è l’esercizio costante che la fa sbocciare.