I rischi per la nostra privacy on line, spesso, sono alti non solo per la disattenzione nel dare i dati personali, ma anche per la loro raccolta aggressiva da parte delle aziende. Luca Pianigiani, project leader, digital magazines presso Jumper ci aiuta a vedere chiaro su questo mondo “oscuro” e ci dà qualche consiglio per fondare un rapporto migliore tra aziende e il loro pubblico.

Il grande fratello vi guarda”; non ci riferiamo al reality trash, ma al misterioso personaggio del libro “1984″ di George Orwell che, tiene sotto controllo la vita dei cittadini attraverso dei teleschermi. Paradossale non vi sembra? Ebbene questa realtà, un tempo apparentemente lontana, oggi invece è molto più reale di quanto si possa immaginare, perché la nostra privacy on line, rischia di essere davvero in “pericolo” e costante controllo. A farne i conti sono i nostri dati personali che, tra un click di un’offerta e quelli di un’applicazione, finiscono in una spirale di database usati, spesso, in modo irresponsabile da aziende e brand, anche a discapito della loro reputazione. A parlarci dei rischi per la privacy dei nostri dati e sulla necessità di un nuovo approccio dei brand basato non più su algoritmi, ma su una relazione sana con gli utenti è Luca Pianigiani- Project Leader, Digital magazines presso Jumper, ospite a Caffè Digitale con il tema: Zero privacy, rischi, etica e formazione per i comunicatori di domani.

Perché la questione privacy on line oggi è un tema non più rinviabile?

Perché si tratta di una urgenza che sta raggiungendo profondamente un tessuto sociale sempre più allargato. Le persone si stanno accorgendo che “qualcosa non va”, e che anzi “non è andato” già da tempo.

Qual è la percezione collettiva del pubblico su questo?

Siamo passati da una totale ignoranza collettiva, ad un disinteresse, ad una preoccupazione. L’approccio giusto, credo che debba essere quello del “prendere coscienza”: ci sono miliardi di informazioni, nella nostra vita, che vogliamo (dobbiamo) tenere per noi, o per le persone che ci sono vicine. Quando ci si accorge che veniamo prosciugati da tutto, di essere sempre in vetrina, si reagisce con una chiusura che è negativa, per tutti. Avere coscienza di quello che si “paga” quando si sfruttano occasioni offerte in rete (spazio web, servizi, applicazioni, games), prestare una attenzione specifica per i dati sensibili, controllare quello che si “accetta”, è una procedura ormai obbligatoria: ci hanno insegnato a chiudere la porta a chiave, quando usciamo, e che non si “apre agli sconosciuti”, ma nel digitale ancora molti, troppi, lo fanno impunemente. 

Perché è un tema su cui chi lavora nel marketing e nella comunicazione deve essere efficace?

Perché questa coscienza collettiva, in crescita, impone – e imporrà sempre di più – alle aziende di cambiare atteggiamento: non si può credere che il marketing basato sulla raccolta aggressiva di dati possa continuare a funzionare. Specialmente per i brand che puntano ad un pubblico sensibile, attento e di medio/alto livello, diventerà sempre più vitale avere un approccio di totale rispetto per le informazioni che gli utenti saranno disposti a concedere, e il lavoro più importante sarà quello di trasmettere serietà, sensibilità, rispetto che possano creare una relazione forte e profonda. Ipotizzo che si lavorerà in futuro con un numero minore di dati, ma di migliore qualità, e il marketing dovrà essere efficace per riuscire a depurarsi da questa dipendenza dalla raccolta massiva di dati, creando strategie più coinvolgenti e premianti.

Quali sono i pericoli oggi per chi naviga distrattamente sul web?

Il pericolo è quello di concedere, senza accorgersene, un’apertura alle nostre informazioni personali che potranno essere usate contro di noi. A basso livello di “pericolo”, questo si traduce nell’ avere sul proprio feed di notizie tante foto di gatti e panda se amiamo questi animali, o la pubblicità di un determinato prodotto semplicemente perché lo abbiamo cercato in rete; il maggiore pericolo invece è quello di non “ricevere” mai un parere contrastante, diverso e alternativo al nostro, e questo purtroppo genera o può generare manipolazione. In teoria abbiamo – nell’Era dell’informazione – infinite fonti a disposizione, ma nella pratica usiamo sempre le stesse pochissime“porte”, i social o i motori di ricerca, che ci filtrano le informazioni in funzione di interessi che a volte sono puramente commerciali, in altri casi addirittura più “oscuri” (la politica è una di queste aree di forte rischio, ma non solo).

Vuoi citare qualche case histories?

Più che case histories, consiglio di approfondire “storie” che riguardano come lo scandalo Cambridge Analitycs abbia cambiato lo scenario economico politico in Europa e negli USA, e di come una sconosciuta società, ClearView, abbia potuto raccogliere in rete oltre 3 miliardi di selfies per creare un infinito database di “facce” accessibile per azioni di riconoscimento facciale.

Tre consigli alle aziende su tema della privacy on line?

Investire in qualità dei dati, creando una relazione forte con gli utenti, intraprendere una strategia che non si basi solo sugli “algoritmi” (leggete: uscire dallo schermo e guardare oltre) e potenziare il lato della “reputazione digitale”.

 

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