Conoscete Clubhouse? Addentratevi insieme a noi tra le stanze nell’app del momento che  punta sulla voce (aulica o meno) degli utenti in possesso di un dispositivo IOS ed un invito.

 

La senti questa voce, chi parla è.. un utente di Clubhouse. 

Alzi la mano chi non ha sentito almeno una volta questo nome, che sta letteralmente spopolando online. Stiamo parlando del social network che predilige l’uso della voce e ripudia foto, video, contenuti scritti o messaggi e permette di conversare su topic preferiti. Perché tanto successo? A rendere così famoso questo social è ciò che lo circonda, ovvero un’aura di preziosità ed esclusività, alla quale si può accedere solo per invito e se si è in possesso di un iPhone. 

Amici in ascolto siamo pronti ad iniziarvi a quello che sta diventando un vero e proprio fenomeno mediatico degno quasi, al momento, di una “massoneria”.

 

 

Come nasce il fenomeno dell’app Clubhouse e chi sono le sue voci

L’app fenomeno Clubhouse nasce nella Silicon Valley grazie ad un lavoro di sperimentazione degli sviluppatori Paul Davison e Rohan Seth (ex dipendente di Google) e viene lanciata nell’aprile 2020 per tutti i dispositivi IOS (non temete  Android addicted, a quanto pare sono al lavoro anche per voi).

Questo  nuovo prodotto social, permette alle persone di prendere parte su invito di altri utenti a conversazioni in tempo reale chiamate “stanze”, tutte differenziate per temi. Al loro interno si possono trovare tre figure principali:

  1. i moderatori che gestiscono la conversazione, possono invitare gli utenti e decidere a chi dare la parola;
  2. gli speaker, che discutono sui vari temi;
  3. gli ascoltatori, ovvero gli utenti che partecipano in maniera silenziosa alla conversazione e che possono chiedere di prendere la parola con “un’alzata di mano”.

 

 

Secondo quanto riportato da un post online nella pagina del social, il fine di Clubhouse sarebbe quello di creare relazioni: “La nostra stella polare era creare qualcosa in cui si potesse chiudere l’app alla fine della sessione sentendosi meglio di quando l’hai aperta, perché hai stretto amicizie, incontrato nuove persone e imparato”.

Neanche a dirlo, i due sviluppatori ci hanno visto lungo, tanto da  raggiungere in breve tempo un’escalation considerevole (a dicembre 2020 gli utenti registrati erano  600.000). Un successo dovuto anche alla presenza di giornalisti, speaker radiofonici, digital marketer, attivisti e personaggi noti: da Elon Musk al rapper Azealia Banks, a Oprah Winfrey fino ai nostrani Levante, Fiorello e  Marco Montemagno. Tra le aziende, invece, c’è chi non se l’è fatto ripetere due volte ed è già approdata sulla social app, parliamo di Burger King, tra i primi brand a sfruttare il potenziale di Clubhouse.

 

 

Caccia all’invito per entrare nell’app Clubhouse

La tentazione di far parte dell’élite di Clubhouse, ha generato una vera e propria caccia all’invito. Su eBay, o altre piattaforme, si possono trovare in vendita dei codici di accesso. Attenzione! Non è tutto oro quello che luccica, perchè un invito può costare dai 4 ai 30 euro ed è necessario, anche dover dare il proprio numero di telefono.

 

Ti mostro la mia stanza…

Vieni, ti mostro la mia stanza dei gioch…dei topic (cosa avevate capito?!). Eh già, perché caposaldo della nuova app, come abbiamo detto precedentemente, è la presenza di queste fantomatiche stanze, tutte differenziate per temi e alle quali accedere in base ai propri interessi. Come funzionano? Dopo l’iscrizione, entra in gioco un algoritmo accurato che indirizza gli utenti alle conversazioni più appetibili in base al proprio mestiere ed ai propri interessi. I temi per cui scaldare l’ugola possono essere vari: dalla musica, al cinema, alla filosofia, giornalismo, marketing fino alla politica. 

 

Un boccone amaro da mandare giù

Il successo di Clubhouse, pare che non sia stato digerito dai fondatori di Facebook e Twitter, che hanno affilato le armi digitali. Mark Zuckerberg sta progettando una piattaforma simile al nuovo social, anche se al momento non è dato sapere se sarà una funzionalità aggiuntiva o un’app autonoma, mentre Jack Dorsey, ha pensato a Spaces, una chat audio (ancora in beta test) dove si può intervenire con emoticon.

I pericoli dietro l’angolo

Ora, non per fare i disfattisti dell’app, ma emerge una questione importante, cioè quella relativa ai contenuti violenti, razzisti e sessisti che possono dilagare nelle stanze. Cosa succede, dunque, se vengono prodotti contenuti offensivi? I messaggi effimeri, cancellati una volta chiusa la stanza non facilitano il processo di controllo, ma a detta della piattaforma sono previsti dei provvedimenti seri come:

  • l’ammonimento da parte del moderatore e degli altri utenti.
  • l’espulsione e segnalazione alle forze dell’ordine. 

A questo proposito, non sono mancate critiche e denunce come quella della giornalista del New York Times Taylor Lorenz, che ha denunciato la scarsa attenzione dell’app nei confronti dei dati privati degli utenti. 

Altri utenti, invece, hanno sottolineato la difficoltà di impedire e prevenire molestie online, razzismo e antisemitismo in un social network che non lascia alcuna traccia dei discorsi.

L’app Clubhouse come strumento per aggirare la censura

Note vocali cancellate ed un monitoraggio dei contenuti ancora approssimativo, hanno fatto di Clubhouse anche uno strumento per aggirare la censura. Sembra che gli  utenti cinesi, stiano utilizzando i vocali per discutere di temi controversi, come i rapporti della Cina con Taiwan, le proteste per la democrazia a Hong Kong, e la persecuzione degli uiguri, una minoranza musulmana, che vive nella regione dello Xinjiang. 

 

E la privacy che fine fa?

Una questione altrettanto importante è la privacy. Sembrerebbero ancora molti i punti oscuri in termini di privacy, che metterebbero all’indice la piattaforma social, come:

  • mancanza di un consenso: o accetti di condividere la rubrica o non puoi iscriverti;
  • non vengono indicate le garanzie ed i termini certi di cancellazione (in caso di disattivazione dell’account “alcune informazioni” potrebbero rimanere nei sistemi, senza specificare quali);
  • i dati sono trasferiti in USA, senza indicare le garanzie che consentono questo trasferimento;
  • manca il riferimento ai diritti dell’interessato ai sensi del GDPR (General Data Protection Regulation, il regolamento europeo che disciplina il modo in cui le aziende e le organizzazioni trattano i dati personali);
  • non si ha certezza di che fine fanno i dati personali: “la società non vende i tuoi dati personali ma in determinate circostanze potremmo condividerli con terze parti senza ulteriore avviso”.

 

Dove va Clubhouse?

Podcast live? Radio 2.0? Definizioni a parte, non resta che chiedersi quale sarà il destino di Clubhouse. L’astro nascente,  ben lungi dall’essere una meteora nel firmamento dei social, è in evoluzione per raggiungere questi obiettivi:

  1. aprire le porte delle stanze a tutti;
  2. monetizzare attraverso mance, abbonamenti e biglietti;
  3. assumere nuovi dipendenti;
  4. aumentare la sicurezza (si spera).

Non resta che seguire le prossime mosse del social, che fa vibrare le corde vocali. 

 

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