Qualche giorno fa abbiamo parlato di “Tribù” sul nostro canale Youtube e nella nostra newsletter.

Quelle tribù di cui facciamo parte e che ci spingono ad andare allo stadio, a seguire una pagina Facebook o a confrontarci sull’ultima puntata della stagione di una serie tv.

La tribù che ha alzato la voce contro la violenza della polizia sugli Afroamericani, si fa sentire sempre più forte e chiara e negli ultimi giorni si è schierata contro il Gigante blu, con il pollice all’ingiù e al grido di “Stop hate for profit”.

La campagna “Stop hate for profit” richiede a gran voce a Facebook di bloccare i contenuti raziali pubblicati sulla piattaforma. E, se da una parte il colosso risponde che è impossibile filtrare oltre 100 miliardi (si, avete letto bene: cento miliardi!) di messaggi quotidiani; dall’altra le richieste sono sempre più forti ed hanno spinto grandi potenze industriali e finanziarie, a cavalcare l’onda e prendere una posizione.

Così, nei giorni scorsi, molti grandi gruppi finanziari, da Starbucks a Coca Cola passando per Unilever, hanno deciso di sospendere i propri investimenti in campagne di sponsorizzazione sulle piattaforme di Zuckerberg.

Parliamo di aziende che investono 40 milioni di dollari l’anno in sponsorizzate.

E tu quanto investi per promuovere la tua azienda on line? Sicuro di utilizzare il tuo budget in modo efficiente?

 

Campagna contro l’odio su Facebook. Le aziende devono schierarsi?

C’è una linea sottile che separa la presa di posizione condivisa dal proprio pubblico e la perdita della credibilità. E questo confine è tracciato dall’identità aziendale: schierarsi per una battaglia in cui l’azienda non crede o dalla quale è lontana, verrà percepito dal pubblico come la voglia di cavalcare un’onda per farsi pubblicità. Immaginate se a prendere posizione su un tema così delicato fosse un brand che non ha mai mostrato alcun interesse per nessun tipo di campagne sociali o, peggio, se si trattasse di uno che notoriamente sfrutta la manodopera straniera sottopagandola. Darebbe l’idea di una forzatura ed il pubblico non si lascia ingannare così facilmente: lanciare fumo negli occhi del proprio pubblico è una strategia che non paga mai e, di certo, non lo fa sul lungo termine.

La reputazione aziendale è una cosa molto delicata, che si costruisce nel tempo con una serie di comportamenti adeguati e coerenti.

Ne avevamo parlato anche in questo articolo dedicato al personal branding di un CEO, dategli un’occhiata.

Stop hate for profit, ci sarà mica dell’altro dietro?

Senza voler dare giudizi di valore, è facile immaginare che non sia un rivoluzionario pensiero francescano a muovere le scelte finanziarie di queste aziende. Facebook è diventata sempre più una piattaforma imprescindibile: se non sei su Facebook non esisti. L’aumento delle richieste di sponsorizzazioni e la limitata presenza di spazi in cui mostrare le pubblicità, ha dato nelle mani del Social Network il potere commerciale di decidere chi mostrare, per quanto ed in che modo. 

Inoltre, il 2019, anno funesto per Facebook, ci ha rivelato come fossero falsati gli insight delle coperture dei post video. Risultato? Il pubblico visualizzava meno e per un tempo inferiore a quanto dichiarato da Zuckerberg nei dati analitici. È chiaro che queste condizioni non possano far piacere alle aziende e alzare la voce contro il razzismo può essere l’occasione perfetta per mostrare alla propria tribù quanto il marchio le sia vicino e a Facebook, quanto sia fragile il suo potere.

Il sistema Facebook comincia a scricchiolare? Chissà.

Quel che è certo è che al giorno d’oggi, aziende medio piccole che non hanno grandi budget da investire in pubblicità, il bacino di utenza offerto da Facebook rimane quello su cui puntare per promuovere la propria attività ed acquisire clienti. L’importante è farlo bene e con professionalità e magari senza rinunciare a esprimere le proprie opinioni e la propria identità.

Se pensate di non stare sfruttando abbastanza questo mezzo di comunicazione per la vostra azienda, scriveteci a lab@reputationlab.it.

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