Public speaking: l’arte di parlare dal vivo

Autore:
Reputation Lab
4 Marzo 2025

Dalla recita scolastica al TedX: come diventare memorabili attraverso la voce

Pochi passi tra noi e il microfono in modalità on e occhi del pubblico puntati sul palco.
Le mani sudano un po’, il respiro si fa più corto e i battiti accelerano…no, non stiamo morendo, dobbiamo “solo” parlare in pubblico.

Don’t be afraid

Però per il 75% della popolazione, secondo uno studio del National Institute of Mental Health, parlare in pubblico è una paura più grande e temibile della morte, della claustrofobia e dei ragni. Tutta colpa della riprova sociale.
Un dato significativo che registra quanto siamo condizionati dal giudizio e dalla valutazione altrui.

Ma c’è un altro modo per dare spazio alla nostra storia, creare una relazione con gli altri, spezzare la maledizione della performance ed è proprio parlare in pubblico.
Esprimerci con pienezza, “occupando” lo spazio con la nostra postura, come segno della nostra presenza e, scandendo il tempo con la nostra voce, ci permette di dire chi siamo, di costruire un pezzo della nostra identità.

È soft, ma è anche hard

Parlare in pubblico è una soft skill fondamentale per qualunque ruolo nel mondo del lavoro, soprattutto quelli di leadership. Riguarda la capacità relazionale di una persona e occorre grande preparazione ed esperienza per riuscire a padroneggiarla con destrezza e consapevolezza.
Cosa serve, allora, per imparare a parlare in pubblico?
Innanzitutto, come insegna Dale Carnegie, studioso e scrittore statunitense, grande capacità di capire chi è il tuo pubblico.
Entrare in empatia, creare una connessione è fondamentale, soprattutto oggi che la soglia di attenzione è di pochi secondi.
Tra l’essere ascoltati e l’essere ignorati passa un battito di ciglia che solo l’interazione crea quella reciprocità essenziale e necessaria per essere ascoltati e, quindi, ricordati.

Signori, avevate la mia curiosità, ma ora avete anche la mia attenzione

Lo speaker è una guida, un po’ come Virgilio lo fu per Dante: ci guida nel percorso di senso che traccia la storia. Una volta conquistata l’attenzione, deve mantenerla alta. I dati, le informazioni, le affermazioni, devono essere autentiche, vere, sicure, certe.
Questo vuol dire che un discorso va progettato. Occorre studio e metodo, nell’organizzazione delle cose da dire (e anche di quelle da non dire), una scrematura di dati e informazioni rilevanti rispetto al contesto, il pubblico, il tema del discorso.
Verificare le fonti non è un optional: perdere credibilità, vuol dire venire meno al “perché” siamo di fronte a un pubblico con un microfono in mano: essere significativi.

Al cosa dire fa seguito il “come” dire. Non è un talento innato né una dote naturale, essere ascoltati è un’abilità che si può allenare.

Avere buoni maestri

Le Slide Queen nella loro guida “Speaker Unicorno” spiegano che creare un circolo virtuoso in cui discorso, slide e pubblico lavorano insieme è possibile, a partire da alcune domande fondamentali per costruire una audience personas che risponde ad alcuni criteri tra cui scegliere: dare rilevanza ai dati o alle emozioni? Usare un linguaggio tecnico o divulgativo? Cosa interessa di più?

Anche Julian Treasure, speaker e scrittore, in un suo intervento del 2013, “Come parlare in modo che le persone vogliano ascoltare” dà una cassetta degli attrezzi molto utile per utilizzare come superpotere la voce.
Uno strumento musicale che va liberato dai sette peccati in cui cade in tentazione e che ne impediscono l’ascolto (questi sono: spettegolare, giudicare, pensare negativo, lamentarsi, incolpare, esagerare, essere intolleranti).
E sempre Treasure, indica pochi e semplici esercizi, prima di tenere un discorso in pubblico, fondamentali per riscaldare la voce e renderla armoniosa, accattivante, interessante, tanto quanto quello che diremo.

Le mie prime volte e l’ultima

Mi sono trovata molte volte con un microfono in mano. Le prime volte erano le recite scolastiche dell’asilo, in cui le maestre mi riservavano spesso il ruolo da presentatrice: un indizio di ciò che sarebbe arrivato dopo? Poi intorno ai 20 anni, dopo essere sprofondata nella marea della timidezza, mi è accaduto di essere sul palco per aprire una campagna elettorale, poi per presentare degli spettacoli, infine per moderare dei convegni. Nel frattempo avevo cominciato a fare la giornalista e le domande in conferenza stampa o le interviste erano un ottimo allenamento con cui prepararmi.
Nel tempo le occasioni si sono moltiplicate, ma le prime volte le ricordo tutte: la prima volta della moderazione di un convegno pubblico, la prima volta in cui presentavo un libro, la prima volta in cui ero speaker a qualche convegno.E poi la prima volta più difficile: quella del mio TEDx Talk, per cui mi sono preparata per settimane e dove ho dovuto affrontare imprevisti che mi hanno messo a confronto con la sfida dell’improvvisazione.
Parlare in pubblico è in molti casi una dote naturale, in altri richiede uno sforzo più metodico. Ma va sempre (sempre, sempre) allenata, cogliendo le occasioni che la vita ci offre per

esprimerci davanti agli altri e creandone di nuove. È uno dei percorsi che più ci mette a contatto con noi stessi e che ci permette di lavorare sulle nostre paure, dubbi, timori e anche sui nostri limiti.

Progettare un discorso in pubblico è il modo migliore di prepararsi. La progettazione non riguarda solo il contenuto, che è il cuore dell’intervento, ma anche l’utilizzo della voce, la postura, la gestione dello spazio. Ogni attività di comunicazione ha sempre tre livelli: verbale, paraverbale e non verbale.
Da qui si parte per la conquista del public speaking come superpotere.

Vuoi prepararti meglio per un intervento pubblico importante, come un convegno, un talk, un’intervista? Possiamo aiutarti. Scrivi a lab@reputationlab.it per incontrarci.