
Capita spesso che negli ambienti di lavoro serpeggi una tensione invisibile, ma palpabile che, come una bomba ad orologeria, aspetta solo che scada il timer per esplodere: stress, litigi, invidie, vendette, possono rendere tossico il luogo in cui passiamo la maggior parte del tempo della nostra vita e non solo della settimana.
Perché inquinarlo o farsi inquinare?
Costruire un team e un ambiente che sia armonico - badate bene, non significa falsamente improntato allo stereotipo della famiglia del Mulino Bianco, in cui tutti sorridono felici, ma per finta - non è semplice. Però neanche impossibile.
Durante la stagione primavera - estate 2023 del nostro Caffè Digitale, abbiamo chiacchierato con Nicoletta Cinotti (Prendersi cura dell'energia sul lavoro) e con Sebastiano Zanolli (Imparare a litigare, in azienda e nella vita), due professionisti che si occupano di energie sul lavoro, di come gestirne il flusso positivo che genera benessere e quello negativo che, invece, porta inevitabilmente a dei conflitti.
Flusso, probabilmente, è una delle parole chiave per Nicoletta: il fluire di un fiume di montagna che incontra qualche pietra nel suo percorso si fa sentire, canta, così come gli ostacoli nella vita (e sul lavoro).
Può essere possibile immaginare le difficoltà come un corso d’acqua?
Sì: il rumore dell’acqua è sempre distinguibile, si capisce subito se è sereno, mosso, agitato, se scorre lento o se è intralciato nel suo percorso. È un fatto naturale, accade.
Così è anche per le difficoltà: vanno considerate normali.
La tendenza, di fronte a un problema, è quella di cercare immediatamente una soluzione.
Il nostro istinto di sopravvivenza, però, può ingannare: lo stress causato dalla ricerca della soluzione, infatti, può generare due diversi comportamenti:
Entrambi i poli sono distruttivi: portano divisione, incomprensione, inefficienza.
Superare la polarità è possibile, cambiando il nostro atteggiamento di fronte le difficoltà:
No stress: la maggior parte delle decisioni da prendere non hanno bisogno di un output immediato, ma riflessivo.
Come gestire, allora, la frustrazione?
Non validare le emozioni vuol dire elaborarle con la mente, costruirle e renderle vere. Cosa da non fare sul lavoro. Il rischio è quello di inquinare il nostro ambiente perché incapaci di gestire le emozioni. Impariamo ad accoglierle.
Certo, non è mica facile avere self control e riuscire a mantenerlo, specie sul posto di lavoro in cui la convivenza con colleghi e superiori è “costretta” dalla necessità del dover produrre risultati, obiettivi, fatturato, senza essersi scelti.
E allora, perché litighiamo? Si può litigare per diverse ragioni:
Cosa si intende per tema tecnico? Un fatto che direttamente non ci riguarda, ma che influisce sul nostro stare con gli altri o sulla nostra esistenza (ad es. come sistemare i libri nella libreria di casa: bisogna trovare la soluzione migliore a seconda delle esigenze di ogni membro della famiglia). Le discussioni hanno, però, varie sfumature. Un “conflitto a regola d’arte” è tale quando il comportamento, l’opinione, l’idiosincrasia di un individuo crea un potenziale disturbo al comportamento altrui.
Un litigio può anche essere frutto di opinioni non dette o dette male.
Ma perché non si cada in errori di comunicazione che generano conflitto bisognerebbe imparare ad ascoltare bene per poi comunicare bene.
Certo, si sa che litigare male fa più audience. I media ci hanno abituato a conflitti e scontri polarizzati tra bene e male, torto o ragione, bianco o nero; ma in azienda non funziona così: se sei dentro il “gioco aziendale” è perché sei parte del processo, per cui la ragione non è mai interamente da una parte.
Distinguere la persona dal problema; imparare a filtrare l’impatto dalla percezione personale ed evitare i conflitti inutili, sono alcuni consigli pratici per litigare bene, perché non è sano non litigare, ma bisogna sapere come fare.
La violenza fisica o verbale è l’emblema dell’incapacità di saper litigare, è ignoranza, assenza di background culturale: l’insulto è fuori dai binari del conflitto.
L’azienda per sua stessa natura è un luogo in cui si deve confliggere, ancora di più dopo i cambiamenti degli ultimi 20 anni: ridimensionamento del personale, sovrapposizione di cariche e incarichi: spazi di potere e risorse condivise generano inevitabilmente lo scontro. Il litigio è avere punti di vista differenti tra persone mature nella ricerca della soluzione più efficace, più pertinente e più efficiente.
Cacciamo dalla stanza l’elefante: le aziende non sono monasteri tibetani in cui si pratica l’arte dello zen; la tensione interna è connaturata all’azienda e agli obiettivi che vuole raggiungere: non bisogna evitare lo scontro, ma imparare a gestirlo, perché tutte le volte che non si confligge sanamente su qualcosa su cui doveva, si crea un debito da conflitto, un gap emotivo e lavorativo che prima o poi apparirà e non ci sarà verso di appianare perché, ormai, smarrito nel traffico delle cose non dette.
Queste sono pratiche che richiedono esercizio e uno sforzo umano importante: vuol dire mettersi in discussione, senza perdere autostima; significa dover scendere a compromessi e negoziare; ma il guadagno in termini umani e professionali sarà inestimabile perché nell’epoca delle grandi dimissioni e del burnout, si potrà costruire in azienda un ambiente sano in cui il conflitto non è divisione, ma con-divisione.
In cui le energie fluiscono come il fiume di montagna, senza stonare.