
Come comunicare un progetto culturale? Ecco una guida pratica per idee concrete be il nostro case history: MAT Museo.
I progetti che curiamo so piezz e core, direbbe Mario Merola.
E così lo diciamo anche noi, perché quando ci occupiamo di un cliente e della sua azienda, lo facciamo nostro. Scaviamo per coglierne la missione, l’intenzione, la motivazione che lo nutre perché da questa dobbiamo farci nutrire anche noi nelle azioni di comunicazione che faremo.
Un patto che condividiamo sempre all'inizio di un percorso è: niente promesse da marinaio. Niente promesse di numeri mirabolanti, cifre da capogiro, like come se piovesse. Mettiamo tutta la cura che ha bisogno un'idea per essere specifica e che, quindi, ha bisogno di scavo, di tempo, di confronto: quello sì, sempre.
No, non abbiamo l’arte dell’azzeccagarbugli, ma di saperci fare con le persone.
I numeri, contano, ma non sono tutto. Non sono l’ago della bilancia che rende l’idea vincente. E questo, bisogna dirlo in modo chiaro, trasparente e sincero.
È un duro lavoro,
e noi lo facciamo con onestà
Spesso chi immagina un progetto, lo ha disegnato così tante volte nella sua testa che arriva con una lista infinita di idee, che però non si sono confrontate con la realtà e con i vincoli (tempo e budget, vi dice qualcosa?). Per questo una delle fasi più importanti del nostro lavoro è mettere ordine tra le idee, senza nascondere le difficoltà, ma mostrandole nella loro evidenza.
E non importa se questo comporterà qualche naso arricciato, come ci ha ricordato Davide Bertozzi nel suo speech, breve ma intenso, durante il WMF: se McCarthy scriveva bene per il dovere di dire quelle cose che sentiva dentro a prescindere dal numero di lettori (due, tre o milioni), chi siamo noi per avere meno integrità verso il nostro lavoro? Verso un lavoro fatto bene?
Mettiamo ordine tra le idee
Le idee, dunque, vanno raccolte, catalogate, incasellate perché dal processo creativo bisogna passare a quello operativo. Bisogna rendere concreta la mission: raccontarla in base alla vision, in base a come e cosa l’azienda fa. Ma che succede, invece, quando il progetto è una nebulosa? Quando non è chiara la direzione perché le idee sono un vulcano in eruzione: esplosive e abbondanti come una cascata di lapilli? Mettere ordine, non è semplice, ma esistiamo proprio per questo.
Dalle parole ai fatti
Bisogna procedere per step.
Ok, chiaro, ma se questo non bastasse? Se continuasse a sfuggire qualcosa?
Se la comunicazione sembrasse piatta o appiattita su stereotipi e cliché?
Bene, è il momento di mettere scarpe comode, prendere zaino e taccuino e andare sul posto. Incontrare i clienti, respirare l’aria dell’azienda, del loro ambiente o del loro posto di lavoro. Bisogna fare fotografie, guardare i colori, notare com’è ordinato lo spazio intorno a noi. Come parlano le persone, cosa vedono dal loro ufficio? E se l’ufficio, fosse…un museo antropologico?
Case History: MAT
Nel caso di Mat Museo , Anna e Aldo, ci hanno conquistati con la loro biografia, prima ancora che con la loro idea. Dieci anni in Australia: archeologa lei, biologo marino lui, lasciano tutto per tornare in Sicilia e aprire un museo a Testa dell’Acqua, in contrada Mezzo Gregorio (Noto).
Questo, però, non è il “classico” museo di reperti, ma uno interessante, in cui sono le storie a parlare degli oggetti e non gli oggetti della Storia. E a noi le storie piacciono molto
Certo, adesso, lo vediamo con chiarezza, MAT.
Riusciamo a parlarne con competenza, ma per arrivare alla consapevolezza, all’identità stessa del museo, abbiamo intrapreso un cammino che parte da lontano, da pagine fitte fitte di appunti fino al sopralluogo in cui abbiamo scoperto caverne bizantine a far da fondamenta.
Ma come ci siamo preparati per il lancio del progetto?
Studiando: il territorio, le tradizioni, i miti, le leggende, le usanze. Visitando il “luogo del delitto”, respirando l’aria fresca di collina; ammirando la serra di acquaponica; toccando con mano la roccia delle caverne. Abbiamo incanalato il flusso nel processo creativo.
E poi ci ha aiutato una vecchia, cara, amica, lingua “morta”: il greco.
Ed è così che abbiamo gestito le intuizioni, quelle che arrivano fuori tempo, mentre non lavori, mentre sei impegnato a fare altro. La chiave per domare il flusso delle idee è stata una reminiscenza. Di greco. A pensare al numero di idee venute fuori dal brief con Anna, in cui dentro la piccola masseria resa museo ci sta un mondo di attività, significati e oggetti, il termine “multisensoriale” aveva cominciato a prendere forma, per essere filo rosso narrativo: avremmo fatto capire che al museo si possono fare tante cose. Ma, il museo è tante cose: non è solo una questione quantitativa, ma soprattutto qualitativa perché riguarda l’anima e l’identità del museo. Ed è così che multi, lo abbiamo sostituito con l’aggettivo greco che rende questo concetto, che va in profondità, fino alle viscere delle cose: polùs.
Mat Museo è polisensoriale.
E non importa se questo sforzo ha richiesto anche di andare oltre il nostro budget: l’autenticità, la verità di quello che raccontiamo online, deve essere coerente con il mondo offline.
MAT ha richiesto un tempo per pensarlo, uno per progettarlo, uno per conoscerlo e uno per raccontarlo. Se anche voi volete vivere l’esperienza polisensoriale che abbiamo vissuto noi, non vi resta che andare e lasciarvi stupire dalla bellezza che non raccontiamo oltre, per evitare spoiler.
Noi proprio come con un figlio, gli abbiamo donato un pezzo del nostro cuore.