
La vostra azienda produce un certo prodotto e/o eroga un dato servizio. Voi fate delle scelte aziendali e prendete determinate decisioni. La domanda è: “Perché lo fate?”. Oggi parliamo proprio di questo: del cosiddetto purpose brand, cioè dello scopo dell’azienda. Questioni grosse e pure super interessanti. Che dite, partiamo?
I gloriosi anni Novanta (anche genitori di mille sciagure di cui NON parleremo in questa sede) sono, fortunatamente, finiti da un pezzo. Le modalità e i toni dominanti nel marketing e nella comunicazione di qualche decennio fa non hanno più presa sui consumatori.
Il mercato è, oggi, annus domini 2020, enorme, vario, competitivo e tendenzialmente omogeneo: davvero credete che basterà dire al vostro pubblico “Hey baby, io sono il migliore!” per fargli acquistare il vostro servizio/prodotto? Urlare a gran voce di essere i migliori nel settore, di avere il prodotto più wow e luccicante e alla moda di tutti servirà a pochissimo, anzi, proprio a niente.
Già nel 2011 Joan Magretta, strategy editor della Harvard Business Review, spiegava come “essere il migliore” non sia un reale elemento differenziante per i brand. Infatti, il concetto di “migliore” è legato sia all’evoluzione sociale e tecnologica del nostro contesto, che alle paure, ai desideri e alle percezioni dei consumatori.
Il vostro pubblico e i vostri clienti (ndr. queste non sono categorie del tutto sovrapponibili) cercano una ragione profonda per scegliervi: vogliono conoscere il nucleo di significato alla base della vostra impresa.
Se il compito di un brand è essere capace di individuare e di rispondere ai bisogni della sua audience, quali sono le vie da percorrere per adempiere a tale compito? Ecco a voi la risposta, le aziende possono:
Non vi stiamo suggerendo di erigervi a paladini della giustizia, ma di prendere atto del fatto che oggi qualunque azienda voglia essere rilevante deve guardare oltre il proprio recinto e iniziare a dialogare con il proprio pubblico: incidere sul contesto sociale e culturale che la circonda.
Non lo diciamo noi, ma le statistiche: la considerazione che i consumatori hanno di aziende impegnate e con uno scopo chiaro, è decisamente maggiore. Nella Top 10 dell’indagine ‘Global Trends in Reputation 2020’ il brand purpose è al primo posto tra gli elementi per costruire una reputazione solida; al terzo c’è la capacità di fare investimenti in maniera etica e responsabile; al quinto l’impatto sul cambiamento climatico e all’ottavo la sostenibilità ambientale in generale. Al nono l’attivismo politico, sociale e culturale dei CEO; al decimo i temi dell’uguaglianza, della diversity e dell’inclusione.
Scegliere di essere partecipi ai cambiamenti della società è, dunque, uno dei modi più interessanti di rendere rilevante il proprio brand ed è il caso, in questo contesto, fare almeno un accenno alla responsabilità sociale d’impresa, così definita nel Libro Verde del 2001 (redatto dalla Commissione Europea):
La responsabilità sociale d’impresa consiste nell’integrazione volontaria delle preoccupazioni e visioni sociali ed ecologiche da parte delle imprese nelle loro attività e nei rapporti con le parti interessate (stakeholder).
Nell’attesa che il libro arrivi tra le vostre mani (potete prenotarlo qui) ecco qualche esempio di grandi brand che hanno chiarito il loro purpose:
Queste sono solo alcune grandi aziende che camminano sulla via del brand purpose, ma vi assicuriamo che anche le piccole e medie imprese possono intraprendere questo percorso (la prossima settimana, per esempio, vi raccontiamo di una cosa bella che succede dalle nostre parti: antenne alzate!).
Vi mettiamo in guardia dal woke washing, cioè quel fenomeno che vede le aziende sfruttare grandi temi di attualità e di discussione pubblica o mostrare un improvviso attivismo per cause sociali, solo per avere maggiore visibilità o trarne profitti economici.
Ecco, QUESTO NON SI FA: