
Tutti avrete sentito parlare di Agenda 2030 (se non l’avete fatto, date uno sguardo a questo), ma non tutti saprete che è stata sottoscritta nel 2015 dai 193 Paesi dell’ONU e che è molto più di un accordo: è una guida per il presente e per il futuro.
L’Agenda è costituita da 17 “goals” che fanno riferimento a tre specifiche aree e definiscono i macro-obiettivi da raggiungere entro il 2030.
Ecco le tre dimensioni della sostenibilità, indicate dall’acronimo ESG:
Environmental, per quello che riguarda la sostenibilità ambientale;
Social, ovvero l’ambito della sostenibilità declinata in termini di pratiche sociali;
Governance, la dimensione della sostenibilità che riguarda procedure e principi che regolamentano un’organizzazione.
Questi 17 obiettivi, però, non sono da prendere come dogmi, devono essere declinati da ciascuna realtà a seconda delle proprie prospettive e tradursi in tappe da raggiungere e mappe da creare. Ogni azienda dovrebbe selezionare i goals e le aree più pertinenti a cui dedicare il suo sforzo in termini di sostenibilità.
La definizione di sostenibilità passa da quella di sviluppo sostenibile, a sottolineare la processualità del concetto e il suo impatto nel futuro: “Soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere quelli della generazione futura”. Questa è la definizione lasciata in eredità dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (Commissione Bruntland) del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente nel 1987.
Essere sostenibili significa, dunque, adottare un modello responsabile in termini ambientali, sociali ed economici e non compromettere gli equilibri dell’ecosistema.
Perché si parla di sostenibilità per le aziende?
Negli ultimi anni gli indici ESG, ovvero i parametri che si considerano per misurare l’aderenza ai principi di sviluppo sostenibile attraverso azioni concrete, hanno assunto un ruolo importante nella valutazione delle performance aziendali.
Sempre più spesso, consultando il sito di un’azienda, vi imbatterete nella sezione dedicata alla sostenibilità in cui viene raccontato, anche attraverso i dati, l’impegno aziendale nei confronti degli stakeholder rispetto al tema della sostenibilità. E a farlo non sono esclusivamente i grandi player.
Misurare la compliance aziendale in questo senso implica una nuova visione del futuro e, soprattutto, del presente, significa incentivare e promuovere la sostenibilità non solo tra i cittadini, ma tra PMI e gruppi aziendali.
È questo un punto fermo da tenere sempre presente quando si intende comunicare la sostenibilità.
Partendo da queste premesse, la prima osservazione che possiamo fare è che una comunicazione della sostenibilità non può tradursi solo in parole legate alla quotidianità, ma deve corrispondere a una vision di lungo termine e a un indirizzo chiaro.
Questo è l’obiettivo da declinare in risultati chiave.
Questo è un risultato chiave.
Chiarire e dettagliare cosa vuol dire sostenibilità per un’azienda non è un mero esercizio di stile, è uno dei passi necessari per comunicare i propri risultati e trasmettere tematiche anche complesse, rendendole comprensibili e credibili.
Le aziende, alla soglia del 2023, si trovano da un lato a dover fare i conti con la crisi climatica e le sue conseguenze impattanti anche sull’ecosistema corporate, dall’altro a confrontarsi con la sensibilità crescente e sempre più spiccata da parte dei pubblici.
Per questo la sostenibilità può diventare uno specchietto per le allodole: la tentazione di definirsi “sostenibili” è forte ad oggi per chi fa business e il rischio che si corre è quello di trasformare un tema complesso e urgente in un’etichetta, solo per aderire a un trend e cavalcare l’onda.
Essere sostenibili e comunicare la sostenibilità non ha a che fare con le tendenze social, richiede competenze specifiche e interdisciplinari e una approfondita conoscenza dei propri processi aziendali per raccontarli in maniera appropriata e coerente.